Nel maggio 2018 comprai in un mercatino dell’usato di Bergamo numerose pellicole e videocassette amatoriali, datate tra il 1963 e il 2013. Dopo averle visionate attentamente scoprii che l’autore delle riprese era un certo Hans Liebschner, immigrato tedesco sposato con l’italiana Iole, di professione odontotecnico.

Iniziai a cercarlo ed entrai in contatto con due dei suoi quattro figli: Peter e Klaus. Li incontrai e mi feci raccontare la storia dietro quel ritrovamento. Capii subito di avere tra le mani un tesoro di inestimabile valore. Dopo aver ottenuto dai figli il permesso di utilizzare il materiale per la realizzazione di un film documentario, proposi il soggetto a Lab 80 film che accettò di produrlo.

Nonno Luigi, il padre di mio padre, morì prima che io nascessi e di lui non so quasi nulla. Hans, invece, mi sembra di conoscerlo da sempre. Johannes Liebschner e Luigi Testa sono sepolti nello stesso cimitero, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro.

Non è forse il cinema un atto di (ri)appropriazione della memoria?

– Nei miei ricordi vedo sempre mio papà con una cinepresa quadrata, con la manovella laterale e una custodia in pelle. L’aveva sempre con sé. Poi negli anni ho vissuto la sua capacità di evolvere, di cambiare. –
Peter Liebschner

Come riassumere più di cento ore di ripresa in meno di cento minuti? Cosa valorizzare e cosa tralasciare?
Lavorando da diversi anni con gli archivi familiari mi sono reso conto che più un’immagine è privata, più è universalmente comprensibile e condivisibile. I panorami, le auto d’epoca, l’abbigliamento vintage, gli oggetti in disuso dalle forme strane che sembrano appartenere a un altro mondo, sfumano di fronte a un gesto improvviso di affetto, un dialogo ad alta voce con sé stessi, un volgare insulto rivolto con rabbia. Lo spettatore ha bisogno di immagini inaspettatamente intime per associare i propri ricordi e identificarsi emotivamente con gli sconosciuti che appaiono sullo schermo. Questa, a mio parere, è la forza dei filmati amatoriali.

I filmati d’archivio non sono soltanto cartoline dal passato spedite da uno sconosciuto, ma possono diventare rappresentazioni di un mondo interiore e idealizzato, strettamente legato alla propria memoria.

Talvolta, col tempo, i rapporti tra esseri umani si corrompono e la memoria non sempre aiuta a conservarli. I ricordi si deteriorano come una pellicola divorata dalla muffa o una videocassetta smagnetizzata in grado di riprodurre solo linee astratte e rumore bianco. Come tanti nastri in uno scatolone, vengono rinchiusi in uno scantinato in balia del corrodimento.

Non sempre un’immagine perduta è perduta per sempre, capita a volte che ritorni quando meno te lo aspetti e può portare con sé rimorsi e rimpianti, oppure nuovo entusiasmo.

Chi fu a buttare (vendere) quello che per Hans era di più prezioso? Klaus? O forse Peter? La risposta non mi interessa veramente, perché questo gesto sconsiderato ha innescato una serie di eventi che porteranno alla conclusione del film che Hans ha iniziato più di sessant’anni fa.

Stefano P. Testa